È una scoperta destinata a lasciare un’impronta profonda nella storia dell’arte rinascimentale, ma ancor prima nella memoria collettiva di un piccolo borgo del Vallo di Diano. Il protagonista è Stefano De Mieri, docente di Storia dell’arte moderna all’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, originario di Sanza, che ha attribuito ad Andrea Mantegna (1431–1506) la “Deposizione di Cristo” conservata nel Santuario della Beata Vergine del Rosario di Pompei. Un’opera fino ad oggi considerata marginale, ora restituita al suo pieno valore grazie alla competenza e al rigore di uno studioso che ha saputo guardare dove nessuno aveva più guardato.
La tela, oggi esposta nella Pinacoteca dei Musei Vaticani, è il centro della mostra “Il Mantegna di Pompei. Un capolavoro ritrovato”, che ne celebra il riconoscimento e il ritorno alla ribalta internazionale.

La vicenda ha inizio nel luglio del 2020, quando De Mieri, consultando il portale BeWeb, la banca dati dei beni ecclesiastici italiani, si imbatte in un’immagine estremamente danneggiata di una “Deposizione” catalogata tra le opere del Santuario di Pompei. Nonostante lo stato precario, l’opera rivela tratti formali che attirano l’attenzione dello studioso, l’impostazione scenica, la monumentalità dei corpi, la tensione plastica delle figure, elementi che richiamano la mano inconfondibile di Andrea Mantegna, uno dei grandi innovatori del primo Rinascimento.
L’intuizione viene supportata dal confronto con un importante precedente critico: nel 1956, lo storico dell’arte Ferdinando Bologna, maestro di De Mieri e allievo di Roberto Longhi, aveva segnalato l’esistenza di alcune versioni tarde dello stesso soggetto, tra cui una ancora conservata nella collegiata di San Giovanni Battista ad Angri e un’altra in collezione privata. La versione pompeiana, finora ignorata, si rivela ben più antica e qualitativamente superiore.
Grazie alla collaborazione tra la Diocesi di Pompei e i Musei Vaticani, l’opera è stata trasferita a Roma per un attento restauro. L’intervento ha rimosso strati di ridipinture, vernici alterate e vecchi interventi conservativi, rivelando un impianto pittorico di altissimo livello. Le analisi tecniche e stilistiche hanno confermato l’attribuzione: si tratta con ogni probabilità di una Deposizione giovanile di Mantegna, databile alla fine degli anni Cinquanta del Quattrocento, quando il pittore operava tra Padova e Mantova, fortemente influenzato dalla scultura antica e dal magistero prospettico di Donatello.
La presenza documentaria dell’opera nella basilica di San Domenico Maggiore a Napoli è attestata fino al XVI secolo, ma la sua storia successiva resta lacunosa. Si presume che sia giunta al Santuario di Pompei tra il XIX e il XX secolo, forse attraverso le dispersioni post-unitarie o donazioni private non documentate.
Il ritorno alla luce della “Deposizione” è oggi al centro di un’importante mostra vaticana, che ne contestualizza il significato artistico e spirituale all’interno della produzione mantegnesca. Ma al di là del valore estetico e documentario, la scoperta ha acceso i riflettori anche su Sanza, terra d’origine del prof. De Mieri, che oggi guarda con orgoglio a uno dei suoi figli più illustri.
In un contesto accademico spesso dominato dai grandi centri urbani, la figura di De Mieri rappresenta un esempio di eccellenza intellettuale che affonda le radici in un contesto periferico, dimostrando come la passione per la ricerca, se unita a rigore metodologico e conoscenza critica, possa produrre risultati di assoluta rilevanza.