Nel cuore dell’Appennino meridionale, tra boschi profondi e altopiani che dominano il Vallo di Diano, il Monte Cervati custodisce un’anima poco conosciuta, fredda e verticale, capace di sorprendere anche gli alpinisti più esperti. È una dimensione della montagna che in pochi immaginano: lontana dall’immagine più diffusa fatta di pellegrinaggi, escursioni estive e giornate conviviali tra rifugi e tavolate.

A raccontare questo volto nascosto è l’esperienza di Domenico “Mimmo” Ippolito, poliziotto di professione ed alpinista appassionato che negli anni ha salito molte delle cime più affascinanti delle Alpi e dell’Appennino. Ma tra le montagne che più lo affascinano c’è proprio il Cervati, la vetta più alta della Campania. Come accade spesso nell’Appennino, anche il Cervati presenta due anime ben distinte. Sul versante sud-occidentale dolci crinali e doline carsiche degradano lentamente verso il Tirreno, regalando paesaggi morbidi e aperti. Sul lato nord-orientale, invece, la montagna cambia completamente volto: qui un imponente anfiteatro roccioso precipita per centinaia di metri sopra un altopiano coperto di faggete, esposto alle correnti fredde provenienti da nord e protetto dai venti più miti che salgono da sud.
È proprio questa particolare conformazione a creare un microclima sorprendentemente rigido. La neve si accumula nei canali, il ghiaccio riveste le rocce e, mentre sull’altopiano carsico della cima ciaspolatori e scialpinisti trovano spazio per le loro escursioni, tra le pareti prende forma un ambiente perfetto per l’alpinismo invernale. Nonostante la quota relativamente modesta, il Cervati offre itinerari di grande fascino, incassati tra pareti severe che ricordano scenari più tipici dei grandi massicci dell’Appennino centrale. Eppure la storia alpinistica di questa montagna è sorprendentemente recente. Per lungo tempo il Cervati è stato soprattutto montagna di pastori, escursionisti e pellegrini diretti al santuario della Madonna della Neve. Solo alla fine degli anni Novanta comparvero tra queste pareti le prime piccozze e i primi ramponi. Il primo itinerario invernale venne tracciato lungo un largo canalone che risale sinuoso tra le pareti fino a sbucare su un colletto proprio davanti alla chiesetta della Madonna delle Nevi: nacque così il Canale dell’Eglise, o della Chiesa.
Ma è tra le sponde di quel grande canalone che si nascondono gli itinerari più arditi. Nel 2000 la forte cordata composta da Ferranti e Caldarola risalì un ripido canalino lungo circa duecento metri, incassato tra alte pareti e con pendenze mai inferiori ai cinquanta gradi. Un ambiente severo e spettacolare, più dolomitico che appenninico. I due alpinisti lo battezzarono Canalino dell’Uscita Mancata, perché negli ultimi metri furono bloccati da una grande cornice di neve. Col tempo anche quell’ostacolo venne superato e l’itinerario è diventato una vera classica dell’alpinismo meridionale: il Canalino del Cervati. Per Mimmo Ippolito rappresenta una sorta di palestra invernale a cielo aperto, un luogo dove tornare ogni inverno per vivere salite sempre diverse tra ghiaccio, neve e silenzio.
Un altro momento importante nella storia alpinistica della montagna arrivò nel dicembre del 2012. In una splendida giornata di quello che Mimmo ama definire “appenninismo”, alcune cordate locali si unirono a un forte alpinista abruzzese, Cristiano Iurisci. Da quell’incontro nacque Questione Meridionale, una linea straordinaria fatta di ghiaccio, verticalità e difficoltà che sembrano appartenere più ai grandi massicci abruzzesi che alle montagne del Sud. Le immagini di quella salita fecero rapidamente il giro degli ambienti alpinistici, consacrando il Cervati come una delle realtà più interessanti dell’alpinismo invernale dell’Italia centro-meridionale. Eppure, nonostante le salite già realizzate, questa montagna conserva ancora un forte spirito di esplorazione. Ogni inverno, quando i venti freddi tornano a soffiare da nord, tra le sue pareti neve e ghiaccio disegnano linee nuove. Linee che aspettano soltanto la giornata giusta e l’idea giusta per essere percorse. “Quando ormai su gran parte delle Alpi e dell’Appennino la storia dell’alpinismo è stata scritta”, racconta Mimmo, “qui tra queste pareti si riesce ancora a sognare”.
Un sogno che continua inverno dopo inverno. Con le sue fotografie e i suoi racconti, Ippolito ha cercato negli ultimi anni di spostare per un momento lo sguardo dal Cervati più conosciuto – fatto di strade, chiese e tavolini – verso la sua anima più nascosta. Quella gelida. Quella verticale. Quella che vive tra le pareti del Cervati quando arriva l’inverno.