Dai Centri antiviolenza alle istituzioni, dalla giustizia alla sanità, dai servizi territoriali alle forze dell’ordine: il Progetto PRISmA consegna ai territori uno strumento operativo per rendere più efficace la protezione delle donne e dei minori.
Rendere più rapida, chiara e coordinata la risposta istituzionale alla violenza maschile contro le donne. Rafforzare il ruolo dei Centri antiviolenza. Costruire una rete capace di accompagnare concretamente le donne nei percorsi di uscita dalla violenza, riducendo ritardi, frammentazioni e passaggi disallineati. Sono questi gli obiettivi al centro del convegno conclusivo del Progetto PRISmA – Potenziare la Rete Integrata di Sostegno Antiviolenza, finanziato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per le Pari Opportunità, che ha coinvolto i territori di Lazio, Campania e Umbria. Il progetto ha lavorato su una domanda centrale: che cosa accade, concretamente, a una donna che ha subito violenza quando incontra il sistema?

La risposta è stata cercata nei luoghi reali della presa in carico: nella denuncia, nell’accesso al pronto soccorso, nel rapporto con i servizi sociali, nei procedimenti civili e penali, nella valutazione del rischio, nel contatto con i Centri antiviolenza. PRISmA ha scelto di partire dall’esperienza diretta della rete e delle donne che la attraversano. Sono stati realizzati 9 Focus Group nei tre territori coinvolti, con 84 persone partecipanti: magistrate e magistrati, avvocate, operatrici dei Centri antiviolenza, assistenti sociali, forze dell’ordine, personale sanitario e donne impegnate in percorsi di fuoriuscita dalla violenza. Da questo lavoro è emersa con forza la necessità di rendere la rete antiviolenza sempre più riconoscibile, accessibile e funzionante. Le competenze esistono, le buone pratiche sono presenti, i presidi territoriali rappresentano una risorsa fondamentale. La sfida è trasformare queste esperienze in un sistema stabile, capace di garantire risposte tempestive e omogenee. Le Linee guida PRISmA nascono con questa finalità: indicare in modo chiaro ruoli, raccordi, responsabilità, soglie di attivazione e modalità di intervento tra i diversi soggetti coinvolti. Uno strumento operativo pensato per sostenere il lavoro quotidiano di istituzioni, servizi e professioniste/i, e per rafforzare la protezione delle donne e dei loro figli e figlie. Un punto centrale riguarda il ruolo dei Centri antiviolenza. I CAV rappresentano presidi specialistici essenziali della rete: luoghi di ascolto, protezione, competenza professionale e lettura strutturale della violenza maschile contro le donne. Il loro contributo è decisivo nella valutazione del rischio, nell’accompagnamento delle donne e nella costruzione di percorsi realmente centrati sulla libertà, sulla sicurezza e sull’autodeterminazione. Il progetto ha inoltre realizzato un ampio percorso formativo, coinvolgendo complessivamente 628 persone tra formazione di primo e secondo livello, raggiungendo FF.OO, polizia locale, assistenti sociali, personale sanitario e sociosanitario, operatrici e operatori della rete SAI, avvocate, operatrici dei Centri antiviolenza, professioniste e professionisti del sistema giudiziario. Tra i temi centrali emersi dal lavoro progettuale vi sono la necessità di una maggiore integrazione tra civile e penale, il raccordo tra sanità, giustizia, servizi sociali e Centri antiviolenza, la corretta valutazione della violenza assistita, l’attenzione ai tempi della protezione e il superamento di letture che riducono la violenza a semplice conflittualità familiare. “PRISmA ci consegna una responsabilità pubblica: fare in modo che la protezione delle donne dipenda da procedure chiare, competenze adeguate e raccordi istituzionali efficaci. Ogni donna che chiede aiuto deve poter incontrare una rete capace di ascoltare, riconoscere, proteggere e agire con tempestività”, è il messaggio al centro del percorso. Il convegno rappresenta un passaggio di consegna ai territori, alle istituzioni, alle professioni e alla politica. Le Linee guida sono uno strumento vivo, destinato a essere assunto, praticato, interrogato e aggiornato nel lavoro quotidiano della rete antiviolenza. La prospettiva è chiara: passare da una rete dichiarata a una rete funzionante. Una rete in cui ogni soggetto conosce il proprio ruolo, riconosce quello degli altri, condivide le informazioni necessarie, interviene nei tempi adeguati e contribuisce a costruire una risposta competente, integrata e giusta.