Dal porto di Salerno alle piazze di spaccio del Vallo di Diano. Era una coppia di residenti a Buonabitacolo con precedenti specifici per droga, l’ultimo anello della filiera del narcotraffico ricostruita dalla Dda di Salerno nell’inchiesta culminata lo scorso maggio con il sequestro di oltre 180 chili di cocaina e otto misure cautelari per il traffico internazionale di stupefacenti dal Sud America. I finanzieri – come riporta il Mattino in un articolo di Viviana de Vita – nei confronti dei coniugi, un’ordinanza cautelare emessa dal gip: marito e moglie sono finiti entrambi ai domiciliari; non rispondono del reato di associazione contestato al gruppo smantellato nel blitz dello scorso 26 maggio, ma di singoli episodi di acquisto e ricezione di sostanza stupefacente destinata allo spaccio nel Vallo di Diano.
La misura cautelare arriva al termine dell’interrogatorio preventivo cui i due erano stati sottoposti dopo il blitz di maggio e rappresenta un ulteriore sviluppo dell’indagine coordinata dalla Procura antimafia salernitana, consentendo agli investigatori di ricostruire anche l’ultimo anello della filiera dello spaccio. L’inchiesta aveva già portato all’arresto di otto persone ritenute appartenenti a un’associazione composta da soggetti dell’area napoletana e salernitana, accusati di aver organizzato l’importazione di ingenti quantitativi di cocaina dal Sud America attraverso il porto commerciale di Salerno. Le investigazioni, avviate nel 2023, avevano documentato i rapporti con trafficanti colombiani ed ecuadoriani e consentito di sequestrare oltre 180 chili di cocaina. Secondo la ricostruzione della Guardia di Finanza, la droga raggiungeva il porto di Salerno nascosta nei carichi commerciali provenienti dal Sud America. Una volta giunta nello scalo, veniva recuperata e trasferita in luoghi sicuri prima di essere distribuita sul territorio campano. Un ruolo logistico centrale sarebbe stato svolto dal salernitano Marcello Bracciante, finito in manette nel blitz del maggio scorso e ritenuto dagli investigatori il referente dell’organizzazione nelle delicate operazioni di recupero della cocaina. È il metodo utilizzato dal gruppo uno degli aspetti che più ha attirato l’attenzione degli investigatori. Per movimentare la cocaina ed eludere i controlli, l’organizzazione avrebbe infatti utilizzato imbarcazioni rubate.
Tra gli episodi contestati figurano il furto di un gommone alla Marina d’Arechi e quello di una motonave all’interno del porto commerciale di Salerno, mezzi che sarebbero poi serviti per recuperare e trasferire lo stupefacente in maniera più discreta. L’inchiesta avrebbe inoltre documentato contatti con ambienti criminali napoletani interessati alla gestione dei carichi di droga destinati a rifornire il mercato campano dello spaccio. Con gli arresti eseguiti ieri gli investigatori ritengono di aver completato il quadro, ricostruendo non solo il traffico internazionale e le modalità di importazione della cocaina, ma anche il percorso della droga fino alle piazze di spaccio della provincia di Salerno. L’inchiesta riaccende inoltre l’attenzione sul ruolo del porto di Salerno, ormai da anni sotto il faro degli inquirenti nelle rotte del narcotraffico internazionale. Da tempo lo scalo è interessato da numerosi sequestri di cocaina nascosta nei container provenienti da Colombia, Ecuador e Brasile. Il precedente più eclatante resta quello del luglio 2020, quando furono intercettate circa 14 tonnellate di captagon occultate in tre container, una delle più imponenti operazioni antidroga mai realizzate in Europa.
