La vita, a volte, sa sorprendere con scenari inattesi e straordinari. Come nel caso di una donna salernitana, oggi madre, che è diventata la prima paziente al mondo con trapianto renale ad affrontare una gravidanza tramite fecondazione eterologa. Un evento eccezionale, documentato scientificamente in un lavoro appena pubblicato sulla rivista internazionale Transplantation Proceedings.

La gravidanza è avvenuta tramite ovodonazione, scelta necessaria per evitare la trasmissione genetica della malattia renale ereditaria di cui la paziente è portatrice. Il percorso clinico è stato seguito dai nefrologi Luca Apicella (responsabile post-trapianto) e Giancarlo Bilancio (responsabile pre-trapianto) della UOC di Nefrologia, Dialisi e Trapianto dell’AOU Ruggi, diretta dalla dottoressa Candida Iacuzzo, con la collaborazione di specialisti dell’AOU Federico II di Napoli.
Il decorso della gravidanza è stato regolare e senza complicanze, sia per la madre, sia per il nascituro, sia per la funzionalità del rene trapiantato anni prima. A rendere il caso unico è la coesistenza di cellule di due donatori differenti nello stesso organismo: il rene e gli ovociti, aprendo nuove riflessioni cliniche e immunologiche mai affrontate in letteratura.
“Questo risultato conferma il livello di eccellenza del nostro Centro Trapianti, hub regionale per il trapianto renale, ma anche punto di riferimento nazionale per i casi ad altissima complessità”, afferma la dottoressa Iacuzzo.
I dati nazionali riferiscono appena 15 gravidanze l’anno in donne trapiantate di rene, meno dell’1% delle pazienti in età fertile. Un dato che testimonia la rarità e la difficoltà del percorso, ma anche i progressi della Procreazione Medicalmente Assistita, sempre più sicura ed efficace.
Il caso si inserisce nelle attività del Centro Regionale Trapianti, diretto dal dottor Pierino Di Silverio, e dimostra la sinergia tra nefrologi, chirurghi, immunologi, ginecologi ed embriologi che, ogni giorno, collaborano per offrire percorsi di cura personalizzati e all’avanguardia ai pazienti più fragili.














