“Rusina a Zèngara”, tra memoria e presente: le considerazioni di Nicla Amabile, figlia di Peppino Amabile

Riceviamo e pubblichiamo le considerazioni di Nicla Amabile, figlia di Peppino Amabile, autore dell’opera in vernacolo santarsenese “Rusina a’ Zengara”, andata in scena domenica al Palazzetto dello Sport, riscuotendo grandissimo successo, con oltre 600 persone presenti.

“Tradizione, memoria e rivisitazione: analisi di una rappresentazione “impossibile” La recente rappresentazione della commedia musicale in tre atti di Peppino Amabile, Rusina a Zèngara, in vernacolo santarsenese, costituisce un evento di una certa rilevanza culturale e teatrale. Non soltanto per il valore intrinseco dell’opera, ma soprattutto per la complessità dell’allestimento scenico, che ha visto coinvolte oltre sessanta persone tra attori, coro polifonico e gruppo folkloristico, rendendo finalmente possibile una messa in scena a lungo ritenuta irrealizzabile. Ambientata nei primi anni del Novecento, in un contesto rurale che appartiene ormai alla memoria storica più che all’esperienza vissuta, la commedia si è presentata come un delicato esercizio di equilibrio tra fedeltà al passato e inevitabile rielaborazione contemporanea. In qualità di figlia dell’autore della commedia mi sento di dire che non sono depositaria solo di una eredità affettiva ma anche di una memoria intellettuale e artistica respirata nell’aria di casa per tutta la vita. Il mio sguardo non è solo quello nostalgico di chi pretende una riproduzione immobile dell’opera originaria, bensì quello consapevole di chi riconosce che il teatro, come ogni forma d’arte viva, è soggetto al tempo, e che il tempo non può essere sospeso senza condizionare l’esperienza stessa della rappresentazione. Riconosco, con lucida sincerità, di aver “rivisto” mio padre in alcuni passaggi dello spettacolo, mentre in altri la sua presenza non poteva manifestarsi. Non per mancanza di rispetto o di aderenza al testo, ma per una distanza temporale incolmabile: tra il copione e la scena si frappongono decenni di trasformazioni culturali, sociali e sensoriali. Pretendere una coincidenza perfetta equivarrebbe a voler fissare l’arte in un fermo immagine, operazione possibile solo attraverso le registrazioni d’epoca, non attraverso la vita pulsante del teatro. In questo senso, la commedia ha subìto — come è naturale e necessario — un’evoluzione. Ogni tentativo di riproporre un’opera del passato comporta un processo di mediazione: ciò che resta immutato è la struttura, il nucleo drammaturgico, l’intenzione poetica; ciò che muta è il linguaggio emotivo con cui essa parla a un pubblico che non appartiene più al mondo che l’ha generata. E’ doverosa una riflessione intorno al ruolo del coro polifonico e degli arrangiamenti realizzati, oggetto di alcune critiche, a mio avviso molto superficiali, secondo cui la loro raffinatezza sarebbe risultata incongrua rispetto al carattere popolare della commedia. A tali osservazioni, rispondo con una domanda diretta e spassionata: sarebbe stato possibile raggiungere l’acme emotivo di momenti drammatici centrali, come l’omicidio, affidandosi unicamente alla recitazione degli attori? La risposta, per me, è decisamente ‘no’. Il coro, lungi dall’essere elemento estraneo o eccessivamente colto, ha rappresentato un necessario ponte emotivo tra due epoche. Esso ha introdotto una raffinatezza non come ornamento, ma come strumento compensativo: ha colmato quella distanza emotiva che un teatro di inizio Novecento, epoca nella quale sono ambientate tutte le commedie di mio padre, e di cui si poteva aver memoria, poteva naturalmente esprimere per il pubblico del suo tempo, ma che oggi non può più suscitare con la medesima intensità. Gli attori, il gruppo folkloristico con i suoi balli e con il canto ‘A Lavannara’, nonché la scenografia, incarnano il passato; il coro appartiene al presente e, proprio per questo, rafforza la ricezione emotiva dell’opera. Ne deriva, a mio avviso, questa conclusione: le opere antiche restano tali, e per essere comprese nella loro purezza dovrebbero essere osservate nel contesto originario che le ha generate. Ogni riproposta successiva è inevitabilmente attraversata da interferenze, da perdite di carica espressiva, da mutamenti di sensibilità. Tuttavia, queste stesse interferenze possono diventare risorsa, se guidate da consapevolezza e rispetto. In questa rappresentazione, la “raffinatezza” moderna ha offerto il giusto contrappeso, restituendo forza emotiva a un teatro concepito per un mondo che non esiste più. Un boccettino di profumo vuoto conserva l’odore di ciò che conteneva, ma non ne possiede più la sostanza. Così è il teatro del passato: ne percepiamo l’eco, la fragranza della memoria, ma non possiamo più pretendere che sprigioni la stessa essenza. Possiamo, però, custodirne il ricordo e, con delicatezza e intelligenza, permettergli di parlare ancora, in una lingua che appartenga anche al nostro tempo. Tutto ciò è stato reso possibile grazie a un impegno costante, rigoroso e condiviso da parte di tutti coloro che hanno preso parte alla realizzazione dell’opera. Un lavoro corale, nel senso più autentico del termine, che ha trovato nella Direzione artistica, incarnata dalle figure di Luigi Biscotti e Franco Antonazzo, un punto di raccordo essenziale tra le diverse maestranze coinvolte. La loro capacità di coordinamento ha permesso di tenere insieme linguaggi, competenze e sensibilità differenti, trasformando la complessità dell’allestimento in una forza espressiva coerente e compiuta. Un riconoscimento particolare va a Pasquale Ammaccapane, cui si deve il merito di aver restituito vita, per questa occasione straordinaria, a un gruppo folkloristico che il tempo aveva ormai consegnato al silenzio, reinserendolo nel tessuto scenico come elemento identitario e memoria viva della comunità. Profonda e sentita è, inoltre, la gratitudine rivolta a Donato Pica, che ha sempre dimostrato attenzione autentica e sensibilità costante nei confronti della figura di Peppino Amabile e del suo lavoro, contribuendo a mantenerne viva la presenza nel panorama culturale locale. Analogo riconoscimento va all’Associazione Culturale Pica, nella persona del dottor Aldo Rescinito, che nel tempo ha sostenuto con continuità le iniziative dedicate all’autore, giungendo a intitolargli il Teatro Comunale e promuovendo numerose manifestazioni volte a preservarne e diffonderne la memoria artistica. Infine, non può essere taciuto il contributo fondamentale della Banca BCC Monte Pruno di Roscigno, il cui sostegno economico ha rappresentato una condizione concreta e indispensabile per la messa in scena dell’opera, confermando come la tutela e la valorizzazione del patrimonio culturale passino anche attraverso la responsabilità e l’impegno delle istituzioni del territorio. E infine, ultimo soltanto nell’ordine dell’enunciazione ma non certo per importanza, il ringraziamento più profondo e silenzioso è rivolto a mio padre. Senza la sua visione, la sua sensibilità e la sua instancabile dedizione al teatro e alla cultura popolare, nulla di quanto è stato realizzato avrebbe potuto prendere forma. La sua opera continua a vivere non solo nelle parole scritte e nelle musiche composte, ma soprattutto nella capacità, ancora oggi, di generare incontro, partecipazione e memoria condivisa. È a lui che, in definitiva, va ricondotta l’origine di questo evento: non come semplice autore del testo, ma come radice viva di un percorso culturale che il tempo non ha cancellato, ma soltanto trasformato”.

Nicla Amabile

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