Tragedia Crans-Montana. Il racconto del soccorritore Enrico Michele Comuniello, originario di Padula

Alcune tragedie non si comprendono attraverso i resoconti ufficiali o le cifre che scandiscono la cronaca. Si manifestano piuttosto nei volti segnati dall’attesa, nei silenzi che riempiono gli spazi più delle parole, nei gesti istintivi di chi cerca un appiglio umano nel momento della perdita. È questa dimensione profonda e spesso invisibile che emerge dalla testimonianza di Enrico Michele Comuniello, volontario intervenuto a Crans-Montana per offrire supporto alle famiglie colpite.

Figlio di padre padulese e madre svizzera, Comuniello possiede una doppia cittadinanza che riflette un’identità costruita tra due Paesi e due culture. Da circa dieci anni vive in Svizzera, a Losanna, dove collabora con le autorità dei Cantoni Vaud e Vallese in attività di supporto linguistico e umano, soprattutto in contesti segnati da emergenze e forte impatto emotivo.

Alla domanda su quando e come sia arrivata la richiesta di intervento, Comuniello racconta che il contatto con le autorità vallesane è avvenuto nelle prime ore del mattino. La decisione di partire è stata immediata. «Non ho avuto bisogno di riflettere», spiega ad Italia2News. “In situazioni come queste senti che la tua presenza può avere un senso, anche solo per esserci, per ascoltare”.

L’arrivo sul posto ha avuto un impatto emotivo difficile da descrivere. Alla richiesta di raccontare le prime impressioni, il volontario parla di un’atmosfera carica di dolore e smarrimento. “Ho avvertito un brivido profondo», dice. «C’erano famiglie abbracciate tra loro, pianti continui, sguardi persi. Tutti cercavano una risposta, un perché che restava sospeso e che nessuno poteva davvero spiegare”.

Il suo ruolo, chiarisce, non si è limitato alla traduzione linguistica. Alla domanda su cosa significhi essere volontario in un contesto simile, Enrico sottolinea come la dimensione umana prevalga su ogni altra funzione. “Molte persone avevano bisogno di parlare nella propria lingua, di sentirsi comprese. In quei momenti comunicare in italiano non era un dettaglio tecnico, ma un gesto di vicinanza e di rispetto”.

Nel racconto di Enrico Michele emerge con forza il valore dell’ascolto. Interrogato su cosa chiedessero maggiormente le famiglie, la risposta è netta. “Non cercavano spiegazioni, perché spesso non esistono. Cercavano qualcuno che restasse accanto a loro, che non avesse fretta di andare via”.

La testimonianza di Enrico Michele offre uno sguardo lucido e profondo sul significato autentico del volontariato nelle emergenze. Non solo assistenza pratica, ma capacità di sostenere emotivamente chi attraversa uno dei momenti più difficili della propria vita. “Ho capito ancora una volta quanto la semplice presenza possa diventare un ponte tra il dolore e un primo tentativo di resistenza”, racconta.

Alla domanda su cosa sente di voler dire oggi alle famiglie colpite, il volontario affida alle parole un messaggio di partecipazione sincera. “Ho voluto condividere con tutto il cuore la vicinanza della nostra comunità. Anche quando non si possono cambiare le cose, è fondamentale far sentire che nessuno è solo”.

La sua esperienza restituisce alla cronaca una dimensione più ampia e consapevole, in cui il racconto dei fatti si intreccia con quello delle persone. Crans-Montana, attraverso lo sguardo di chi ha scelto di esserci, non è soltanto il luogo di una tragedia, ma diventa lo spazio in cui emerge, con forza silenziosa, il valore della solidarietà che supera confini, lingue e nazionalità.

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