A Padula e Vibonati, tra Vallo di Diano e Golfo di Policastro, l’integrazione passa anche dai fornelli: si lavora, si impasta, si frigge, si dosa, si gira e poi si posta. Lo dice già il titolo: “Sai che buono!”. È una pagina Instagram – @sai.chebuono – un gioco di parole tra il SAI, la rete territoriale che accompagna rifugiati e richiedenti asilo in percorsi di autonomia, e il “buono” delle ricette preparate e condivise.
La pagina è curata dagli operatori della Cooperativa Tertium Millennium insieme a rifugiati e richiedenti asilo: un progetto che mette insieme le ricette tradizionali di chi è arrivato da lontano e quella cultura mediterranea del piacere della tavola, dove la cucina non è solo cibo ma relazione, in un piatto condiviso o nello scambio di una ricetta.
Attiva nei percorsi di accoglienza dal 2011, la cooperativa porta avanti l’iniziativa in uno dei laboratori usati per favorire i percorsi di integrazione: quello di cucina. Qui migranti provenienti da Senegal, Perù, Tunisia, Egitto, Pakistan, Bangladesh, Nuova Guinea e da molti altri Paesi cucinano e poi raccontano, in italiano, queste preparazioni sulla pagina Instagram @sai.chebuono, con video e post dedicati a ogni ricetta.
Scrollando la pagina si trovano tante ricette dal mondo. Si parte dal Thiéré senegalese: couscous di miglio (non di semola), lavorato a mano e sgranato con pazienza, poi “bagnato” dal fondo di cottura con pollo e verdure. È un piatto da ciotola condivisa, quello che in Senegal accompagna le grandi occasioni, come la Tamkharit. Il Papa a la Huancaína peruviano è tutto un gioco di consistenze: patate morbide e sopra una salsa gialla cremosa all’ají amarillo e queso fresco, piccante quanto basta. Dall’Egitto arrivano i Mahshi: “mahshi” vuol dire ripieno. Foglie di cavolo arrotolate e farcite con riso, insaporite nel soffritto di cipolla e aglio, legate dalla polpa di pomodoro e profumate con prezzemolo, coriandolo, menta, cumino e peperoncino, con una punta di anice a siglare il profumo. E dal Bangladesh arrivano i Beguni, melanzane in pastella fritte, e i Piyaju, frittelle di lenticchie e cipolla: un classico dell’iftar nel Ramadan. Due comfort food dalla crosta croccante e dal cuore morbido, da mangiare caldi: “frije e magna”, come diremmo noi.
Il tutto è raccontato passo passo nei video e nei post: dai piatti delle feste allo street food, come i Fataya senegalesi e i Mughlai Paratha pakistani. Ricette che diventano subito condivisibili: nei video si vede come si fa, si seguono dosi e passaggi, e il piatto si può rifare a casa. E poi c’è il fuori dai social. Il lavoro prosegue negli incontri pubblici, tra degustazioni e appuntamenti condivisi, come le “Notti di Mezza Estate”, in programma ad agosto a Padula, nella piazzetta Sant’Alfonso, nell’ambito della manifestazione organizzata dall’associazione L’Aquilone. Qui “SAI che buono!” partecipa con un proprio stand e, accanto ai piatti della tradizione padulese, si possono assaggiare anche ricette dal mondo: un modo per mettere allo stesso tavolo residenti e ospiti dei centri.
«“SAI che buono!” non è solo una rubrica social: è un pezzo del nostro lavoro formativo quotidiano», spiega Antonio Calandriello, presidente della cooperativa Tertium Millennium. «Lo usiamo anche durante i corsi d’italiano: è un esercizio per praticare l’italiano. La ricetta diventa un pretesto per parlare: la si spiega davanti alla camera e si prende confidenza con l’italiano mentre si cucina». Poi c’è la parte pratica, aggiunge: «In cucina si lavora con le mani e con i tempi: impastare, tagliare, friggere, organizzare una postazione, rispettare una sequenza. Sono competenze che dialogano con l’orientamento al lavoro». E il percorso continua anche dopo le riprese: «I video si montano, si sottotitolano e si condividono, aprendo il progetto alla comunità locale e a quella online. È così che l’integrazione diventa abitudine: ogni ricetta pubblicata su @saichebuono è un esercizio completo di lingua, relazione, competenze».
Alla fine “SAI che buono!” funziona così: una ricetta alla volta, preparata e postata. Parte da Instagram e poi gira sul territorio: la incontri in piazza, la rivedi online, la rifai a casa e la condividi. È questo l’obiettivo degli operatori della Tertium Millennium: portare l’integrazione fuori, nella vita di tutti i giorni. Anche online, ricetta dopo ricetta.















