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martedì, 2 Giugno, 2026
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Il sindaco di Lagonegro, Salvatore Falabella, e la scelta più dura: “sono costretto a demolire casa mia”

Nel giorno che avrebbe dovuto segnare una ricorrenza privata, Salvatore Falabella ha scelto di trasformare il proprio compleanno in un atto pubblico di verità e responsabilità. Non una conferenza stampa, non una replica difensiva, ma un messaggio diretto alla città, pronunciato dal luogo più intimo e simbolico possibile, la casa di famiglia. Un gesto carico di significati, che assume i contorni di una presa di posizione politica e morale insieme.

Il video diffuso dal primo cittadino non è un semplice chiarimento su una vicenda amministrativa. È piuttosto una riflessione profonda sul senso delle istituzioni, sul peso della funzione pubblica e sul confine sempre più fragile tra legalità, giustizia e strumentalizzazione del potere. Falabella parla da uomo prima ancora che da sindaco, ma lo fa con la consapevolezza di chi sa che ogni parola pronunciata ricade sulla comunità che rappresenta.

La sua esperienza politica nasce tre anni fa, in un contesto che lui stesso definisce generazionale. Una candidatura maturata a trent’anni, insieme a un gruppo di amici, con l’ambizione di rinnovare il governo cittadino. Il consenso ricevuto, ampio e netto, sembrava l’inizio di una stagione nuova. A quel risultato, tuttavia, non è seguita una fisiologica dialettica democratica, bensì un clima progressivamente avvelenato, segnato da attacchi personali, lettere anonimi e pressioni che hanno coinvolto non solo l’amministrazione, ma anche le famiglie degli eletti. Un passaggio che Falabella descrive come una frattura profonda, capace di trasformare l’avversario politico in un nemico da abbattere.

Dentro questo contesto si inserisce la vicenda dell’immobile ereditato dalla madre, divenuta negli ultimi mesi oggetto di attenzione mediatica e di una narrazione spesso semplificata, quando non apertamente deformata. Il sindaco ricostruisce l’iter amministrativo con lucidità, spiegando di aver presentato nel 2024 un’istanza di regolarizzazione, affrontando un percorso complesso, contradditorio e tutt’altro che lineare. Un procedimento che inizialmente sembrava percorribile e che poi si è progressivamente irrigidito, fino a sfociare nell’ordinanza di demolizione e nel successivo preavviso di diniego arrivato alla fine dell’anno.

Falabella rivendica di non aver mai interferito con il lavoro degli uffici comunali, accettandone le determinazioni anche quando sfavorevoli. Una linea di rispetto istituzionale che, a suo dire, non sarebbe stata condivisa da una parte dell’opposizione consiliare, accusata di aver sfruttato la vicenda per finalità politiche, spingendosi oltre il legittimo controllo democratico e tentando di incidere direttamente su un’istruttoria tecnica. Un cortocircuito pericoloso, che ha contribuito a creare un clima di tensione permanente, fatto di sospetti, pressioni e intimidazioni, incompatibile con la serenità che dovrebbe accompagnare ogni decisione amministrativa.

È in questo scenario che matura la scelta più lacerante. Il sindaco annuncia la decisione di procedere alla demolizione della casa. Non come resa, ma come atto estremo di coerenza istituzionale. Una casa che non è soltanto un manufatto edilizio, ma il luogo delle radici, della memoria, dell’identità familiare. Abbatterla significa per Falabella accettare fino in fondo il peso del ruolo che ricopre, anche quando questo comporta un sacrificio personale che egli stesso definisce profondamente ingiusto.

Il suo intervento, tuttavia, non si ferma al caso individuale. Anzi, lo supera. L’esperienza di questi anni alla guida della città gli ha permesso, spiega, di toccare con mano la complessità del tema urbanistico e edilizio, un ambito in cui norme stratificate e procedure farraginose finiscono spesso per intrappolare cittadini inconsapevoli. Da qui una critica netta a una visione moralistica e punitiva dell’abuso, che non distingue, non comprende e non risolve. La politica, secondo Falabella, fallisce nel momento in cui si limita a colpevolizzare senza offrire soluzioni. Il suo compito autentico dovrebbe essere quello di governare la complessità, non di alimentare il conflitto.

C’è poi un passaggio che assume un valore più ampio, quasi istituzionale. Il sindaco mette in guardia dal rischio della spettacolarizzazione e della teatralizzazione della vita pubblica, denunciando i danni prodotti da un clima di terrore politico che paralizza il confronto e svuota la democrazia del suo significato più profondo. Quando la politica smette di essere servizio e diventa aggressione, afferma in sostanza Falabella, non cade un singolo amministratore, ma si indebolisce l’intera comunità.

Il momento più emblematico arriva quando il sindaco mostra una delle mura portanti dell’abitazione destinata alla demolizione. Un gesto semplice, ma potentissimo, che condensa il senso dell’intero messaggio. Quella parete non è solo cemento, è la testimonianza visibile di un prezzo pagato per una scelta di impegno pubblico. Una scelta che, come lascia intendere con amarezza, non avrebbe mai prodotto conseguenze simili se non avesse deciso di candidarsi e di mettersi al servizio della città.

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