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venerdì, 5 Giugno, 2026
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Mafia e linguaggi, il dibattito al Polo Bibliotecario di Potenza

La strumentalizzazione di simboli, rituali religiosi e nuove forme di comunicazione, come social media e fiction, con cui la mafia consolida il proprio potere e crea una vera e propria mentalità. Ed ancora, il traffico illecito di rifiuti e l’inquinamento, due fenomeni che destano forte preoccupazione in Basilicata. Sono questi i temi al centro dell’incontro, dal titolo ” La mafia e i suoi linguaggi”, che si è tenuto nei giorni scorsi presso il Polo Bibliotecario di Potenza.

L’evento, organizzato dall’associazione Primavera Lucana, ha coinvolto i giovani studenti dei licei ” Galileo Galilei” e “Pier Paolo Pasolini” e della scuola media “Luigi La Vista”, con il sostegno di numerose associazioni locali, tra cui Libera Potenza e Agesci Basilicata e ha preso spunto dalla vicenda accaduta durante la processione della “Madonna del Mare” a Scanzano Jonico, comune sciolto per mafia nel 2019, in cui un presunto “inchino” della statua nei pressi di un luogo legato a un clan mafioso ha sollevato interrogativi sull’uso della religione come strumento di potere da parte delle organizzazioni criminali. Tra i relatori erano presenti don Marcello Cozzi, il Procuratore delle Repubblica presso il Tribunale di Catania, Francesco Curcio, e l’ex presidente della Commissione Antimafia, Rosy Bindi, in collegamento. A coordinare i lavori è stato l’ex magistrato Alberto Iannuzzi, già Presidente vicario della Corte di Appello di Potenza.

foto da “Il Quotidiano del Sud”

Nel corso del suo intervento, don Marcello Cozzi ha anche denunciato il sistema dell’informazione locale, puntando il dito sull’anonimato dietro cui si celano gli autori di alcune testate di informazione per nascondere l’origine di critiche e ammiccamenti dati in pasto ai lettori. Oltre che per garantirsi l’impunità in caso di denunce o richieste di risarcimento per reati vari. “Quelli che ti mandano a dire certe cose – queste le parole di don Cozzi – dovrebbero avere la capacità di metterci la faccia, ma non ce la mettono perché in effetti hanno paura delle loro bassezze”.

Durante la discussione, coordinata da Iannuzzi, il fondatore di Libera Basilicata e il neo procuratore di Catania, Curcio, hanno convenuto anche sulla necessità di modificare la definizione codicistica di associazione mafiosa per riuscire a perseguire in maniera efficace l’evoluzione delle organizzazioni criminali. “L’attuale articolo 416 bis del codice penale – ha spiegato Curcio – si riferisce a una mafia che in prima battuta usa la violenza e poi la parola. Oggi avviene in contrario e spesso la paura è talmente tanta che non c’è bisogno della violenza”. L’ex procuratore capo di Potenza ha sottolineato, infine, l’eterno gioco di specchi dietro cui si nascondono le mafie. “Il mafioso ha bisogno di far sapere chi è e che è inserito nella catena di comando- ha piegato Curcio- ha bisogno di far trapelare di essere in rapporti con chi conta e di essere capace di manipolare il potere pubblico. Ma non può dirlo ad alta voce perché altrimenti rischierebbe di attirare l’attenzione delle autorità”. Molto seguito anche l’intervento di Bindi che si è soffermata sulla capacità del mafioso di creare consenso attorno a sé, offrendosi per risolvere problemi di vario tipo a quanti gli aprono le porte di casa.

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