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venerdì, 17 Aprile, 2026
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Salerno, città sospesa. Intervista ad Amedeo Auriemma responsabile regionale della sanità in Campania

Esiste una forma di crisi che non si annuncia con fratture improvvise, ma si deposita lentamente nel quotidiano, fino a diventare paesaggio. È la crisi che riguarda molte città italiane di medie dimensioni, sospese tra ambizioni di rappresentazione e difficoltà strutturali. In questo solco si colloca Salerno, realtà che negli ultimi anni ha costruito una narrazione di efficienza e attrattività, ma che oggi appare attraversata da tensioni meno visibili e più profonde.

Con Amedeo Auriemma, impegnato da anni sui temi della sanità e del welfare, quella linea si trasforma in un racconto diretto delle fragilità di un territorio. Già coordinatore politico locale e oggi responsabile regionale per Affari Sociali e Sanità in Campania, e candidato alle comunali di Salerno, Auriemma ha costruito il suo profilo pubblico su battaglie concrete, dalle liste d’attesa interminabili alla tutela delle persone con disabilità. Con lui abbiamo provato a mettere a fuoco alcune di queste contraddizioni. Ne emerge una conversazione che non indulge né al compiacimento né alla polemica, ma si muove sul terreno, più esigente, dell’analisi.

Negli ultimi mesi si è tornati a parlare di desertificazione commerciale. È una lettura fondata?

“Lo è, a patto di non fermarsi alla superficie e di non ridurre il fenomeno a una semplice sequenza di chiusure. La progressiva scomparsa delle attività di prossimità è un segnale che va interpretato nella sua dimensione sociale prima ancora che economica. Il commercio di quartiere, infatti, non si limita allo scambio di beni, genera relazioni, costruisce fiducia, contribuisce a rendere abitato e riconoscibile lo spazio urbano. Quando questa trama si assottiglia, ciò che viene meno è una forma elementare di comunità, e con essa anche una certa idea di sicurezza diffusa, fatta di presenza e di reciprocità quotidiana.”

Sul fronte sanitario, quali sono oggi le criticità più evidenti?

“Il nodo resta quello della sanità territoriale, che dovrebbe rappresentare il primo livello di prossimità tra cittadino e sistema sanitario. In un assetto equilibrato, è lì che si intercettano i bisogni, si previene, si orienta. Oggi, invece, questo livello appare fragile, disomogeneo, talvolta inefficace. Il risultato è uno spostamento progressivo verso il privato oppure, nei casi più critici, una rinuncia alle cure. Le liste d’attesa, in questo quadro, non sono più soltanto un disservizio organizzativo, ma finiscono per diventare un fattore concreto di disuguaglianza nell’accesso alla salute.”

Secondo Lei è una questione di risorse o di modello?

“Le risorse sono certamente una componente rilevante, ma non esauriscono il problema. Esiste anche una dimensione legata al modello organizzativo e alle scelte di fondo: come si distribuiscono i servizi, quali priorità si definiscono, quale ruolo si assegna alla prevenzione rispetto all’emergenza. La sanità pubblica non è un meccanismo neutro: riflette una visione. E a seconda di quella visione, può rafforzarsi come presidio universale oppure indebolirsi fino a diventare selettiva.”

Il tema della disabilità viene spesso evocato, meno frequentemente affrontato. Qual è la situazione?

“Direi che persiste uno scarto significativo tra il piano delle dichiarazioni e quello dell’esperienza concreta. L’accessibilità urbana resta discontinua, barriere architettoniche ancora diffuse, percorsi non sempre fruibili, servizi che faticano a garantire continuità. Ma ridurre tutto a una questione tecnica sarebbe limitante. Una città realmente accessibile è quella che incorpora il principio dell’inclusione nella progettazione stessa degli spazi e dei servizi. Quando invece si interviene a posteriori, in modo frammentario, si produce inevitabilmente un’inclusione parziale.”

Lei ha richiamato più volte l’attenzione anche su fenomeni di discriminazione.

“Sì, perché accanto agli ostacoli materiali esiste una dimensione più sottile, ma non meno incisiva. Le persone con disabilità si confrontano spesso con forme di marginalità quotidiana che non fanno rumore, ma incidono profondamente, difficoltà di accesso, barriere culturali, ridotte opportunità di partecipazione. Non si tratta sempre di episodi espliciti, ma di una somma di esclusioni che, nel tempo, restringe gli spazi di cittadinanza effettiva.”

Un tema ancora più sommerso è quello della violenza sulle donne con disabilità.

“È un ambito che resta ai margini del dibattito pubblico, anche per la scarsità di dati e per una consapevolezza ancora insufficiente. Tuttavia, esiste una vulnerabilità specifica, legata all’intreccio tra genere e condizione di disabilità. Questa doppia esposizione richiederebbe strumenti adeguati: servizi accessibili, personale formato, percorsi di ascolto capaci di intercettare situazioni che spesso restano invisibili. Senza un’attenzione mirata, il rischio è che queste forme di violenza rimangano sommerse e, di fatto, irrisolte.”

Guardando al prossimo ciclo amministrativo, quale dovrebbe essere la direzione secondo il suo punto di vista?

“Forse la parola più appropriata è equilibrio. Negli ultimi anni molte città — non solo Salerno — hanno investito sulla dimensione rappresentativa, eventi, immagine, capacità di attrazione. È un elemento legittimo e, in parte, necessario. Tuttavia, non può sostituire la struttura. Senza una rete solida di servizi — sanità, mobilità, inclusione sociale — il rischio è quello di costruire una città che funziona più come immagine che come spazio vissuto. E nel lungo periodo, questo squilibrio tende a emergere con evidenza.”

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