Un’ondata di epatite A attraversa la Campania e riaccende l’allerta sanitaria. Dalla fine di gennaio a oggi si contano circa 180 infezioni, con una diffusione irregolare ma costante su tutto il territorio regionale e un epicentro ben definito tra Napoli e Caserta, dove si concentra il maggior numero di ricoveri e segnalazioni.

Il fenomeno si inserisce in un trend nazionale in crescita già dal 2023, ma in Campania assume caratteristiche specifiche. Qui, secondo gli esperti, a incidere è soprattutto il consumo diffuso di molluschi bivalvi crudi o poco cotti, dalle cozze alle vongole fino alle ostriche, particolarmente richiesti durante le festività natalizie e il Carnevale. Proprio da questo elemento partirebbe l’ipotesi più accreditata: una partita contaminata di mitili proveniente dall’area napoletana avrebbe innescato la catena dei contagi.
A rendere più vulnerabile la popolazione è anche il calo dell’immunità naturale rispetto al passato. Se un tempo il contatto precoce con il virus garantiva una sorta di protezione diffusa, oggi una quota crescente di cittadini risulta priva di anticorpi, favorendo così la circolazione dell’infezione.
La pressione maggiore si registra negli ospedali napoletani. All’ospedale Cotugno, hub regionale per le malattie infettive, sono ricoverati circa 50 pazienti e nelle ultime ore si sono aggiunti nuovi casi. L’incidenza risulta fino a dieci volte superiore rispetto alla media degli ultimi dieci anni. Ricoveri si registrano anche nelle strutture pediatriche e negli altri presidi sanitari cittadini. Situazione significativa anche nel Casertano, dove i casi accertati sono circa 35 e hanno portato all’attivazione di un monitoraggio straordinario.
Nel resto della regione i numeri restano più contenuti ma comunque sotto osservazione. In Irpinia si segnalano pochi casi, mentre nel Salernitano le infezioni registrate sono undici, con alcuni ricoveri e altri pazienti in osservazione tra Scafati, Vallo della Lucania e il Ruggi anche all’ospedale di Polla. Segnalazioni arrivano anche da Eboli e dalla Valle dell’Irno, mentre nel Sannio si registra un incremento rispetto allo scorso anno, con cinque casi contro uno solo nel 2025.
I sintomi restano quelli tipici dell’epatite A, con febbre, ittero, nausea, stanchezza e alterazioni delle urine, ma non mancano situazioni più complesse che richiedono il ricovero. Il lungo periodo di incubazione del virus, che può arrivare fino a cinquanta giorni, complica ulteriormente il lavoro degli epidemiologi impegnati a ricostruire la catena dei contagi.
La macchina sanitaria regionale si è già mossa. In campo i Dipartimenti di prevenzione delle Asl, l’Istituto Zooprofilattico del Mezzogiorno e la rete ospedaliera, con controlli serrati sulla filiera alimentare e misure restrittive adottate da diversi comuni. Non mancano però le polemiche politiche sulle ordinanze locali, ritenute da alcuni insufficienti o non coordinate su scala metropolitana.














