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mercoledì, 30 Settembre, 2026
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Padula. La memoria di Joe Petrosino torna a parlare al presente. Nella Certosa il premio a chi combatte le mafie

Dalla magistratura alle forze dell’ordine, dal giornalismo d’inchiesta ai testimoni di giustizia. La XXIII edizione del Premio Internazionale Joe Petrosino riunisce nella Certosa di San Lorenzo alcune delle figure impegnate ogni giorno sul fronte della legalità.

Ci sono luoghi nei quali la memoria non appartiene soltanto al passato. A Padula, nel cuore della Certosa di San Lorenzo, la storia di Joe Petrosino è tornata a interrogare il presente, attraverso il lavoro di uomini e donne che, con ruoli e strumenti diversi, continuano a misurarsi con la criminalità organizzata, con le sue trasformazioni e con la necessità di difendere ogni giorno il principio di legalità.

È stata la Sala del Refettorio della Certosa a fare da cornice alla XXIII edizione del Premio Internazionale “Joe Petrosino”, promosso dall’Associazione Internazionale Joe Petrosino ETS. Un appuntamento ormai profondamente radicato nella storia di Padula, nato nel segno del suo illustre concittadino e divenuto negli anni un momento di riconoscimento per magistrati, investigatori, testimoni di giustizia e giornalisti che hanno fatto del contrasto alle mafie una parte essenziale del proprio impegno professionale e civile. La scelta della Certosa non è un semplice elemento scenografico. È dentro questo patrimonio storico e culturale che il nome di Petrosino assume una particolare forza, Giuseppe “Joe” Petrosino nacque a Padula il 30 agosto 1860 ed emigrò negli Stati Uniti con la famiglia nel 1873. Entrato nel New York Police Department, dedicò la propria attività investigativa al contrasto della criminalità organizzata italiana e della cosiddetta “Mano Nera”. Tornato in Italia per una delicata missione investigativa, venne assassinato a Palermo il 12 marzo 1909. La sua vicenda è rimasta nella storia come quella di uno dei pionieri dell’azione investigativa contro la criminalità organizzata.

A più di un secolo dalla sua morte, il Premio che porta il suo nome continua così a spostare lo sguardo dalla celebrazione dell’eroe alla responsabilità di chi, oggi, raccoglie quella stessa idea di servizio. Cinque i riconoscimenti principali assegnati nel corso della cerimonia.

Tra i premiati Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane, sostituti procuratori della Repubblica presso la Direzione distrettuale antimafia di Milano. Il loro riconoscimento si inserisce nel lavoro quotidiano della magistratura impegnata nel contrasto alle organizzazioni criminali e nell’accertamento dei fenomeni mafiosi nelle loro dimensioni contemporanee. Cerreti, in particolare, è attiva anche nel confronto pubblico sui temi della criminalità organizzata e della legislazione antimafia, come dimostra la sua partecipazione nel 2026 a un incontro formativo della Camera Penale di Milano dedicato, tra gli altri temi, a mafia, corruzione e strumenti investigativi.

Il Premio guarda poi direttamente al mondo dell’Arma dei Carabinieri con il riconoscimento al Maggiore “Ulisse”, comandante della Sezione CRIMOR del ROS. Una sigla che richiama una delle componenti investigative specializzate dell’Arma e che colloca il premio sul terreno dell’attività investigativa contro le organizzazioni criminali.

Di particolare significato anche il riconoscimento a Gian Franco Franciosi, testimone di giustizia. La sua presenza porta al centro della cerimonia una dimensione diversa della lotta alla criminalità organizzata, quella di chi, dopo aver scelto di collaborare con lo Stato, si trova a vivere in prima persona il peso e le conseguenze di una scelta di legalità.

E poi il giornalismo. A Lirio Abbate, giornalista d’inchiesta e saggista, è stato conferito uno dei riconoscimenti della XXIII edizione. Un nome che rappresenta una stagione importante del giornalismo investigativo italiano. Abbate ha raccontato per anni Cosa nostra, corruzione e criminalità organizzata, lavorando prima per l’ANSA e successivamente per L’Espresso, fino alla direzione del settimanale. Le sue inchieste hanno riguardato anche gli intrecci tra criminalità e potere nella capitale. Rizzoli ricorda inoltre come Reporters sans frontières lo abbia inserito tra i “100 eroi dell’informazione” nel mondo.

Il suo lavoro ha avuto anche un prezzo personale. Dopo alcune delle sue inchieste sulla criminalità organizzata, Abbate è stato sottoposto a misure di protezione. Nel 2012 una sua inchiesta sui cosiddetti “re di Roma” aveva acceso l’attenzione sui rapporti di potere e sugli interessi criminali nella capitale; le minacce emerse successivamente nell’ambito delle indagini portarono il caso al centro dell’attenzione nazionale.

È proprio questo intreccio tra istituzioni, investigazione, testimonianza e informazione a restituire il senso più profondo della giornata di Padula. La legalità non è rappresentata da una sola professione né da un’unica divisa. È una responsabilità che attraversa magistratura, forze dell’ordine, società civile e giornalismo.

Accanto ai cinque premi principali sono state inoltre conferite cinque benemerenze, destinate a personalità impegnate sul fronte della sicurezza e del contrasto alla criminalità. A riceverle sono stati Celestina Carrano, sostituto procuratore della Repubblica presso la Direzione distrettuale antimafia di Napoli, il Tenente Colonnello dei Carabinieri Gianluigi Marmora, il Capitano della Guardia di Finanza Luca Patrizi e gli Ispettori della Polizia di Stato Gianpiero Ricotta e Antonio D’Alvano.

Una platea di professionalità diverse, dunque, riunite sotto un unico nome. Quello di Petrosino. La XXIII edizione del Premio si è svolta sotto l’alto patrocinio del Senato della Repubblica, della Camera dei deputati, del Ministero dell’Interno e della Regione Campania, confermando il rilievo istituzionale assunto dalla manifestazione. La concessione della Sala del Refettorio della Certosa per la cerimonia è inoltre documentata da un recente atto della Direzione regionale Musei nazionali Campania.

Ma al di là dei riconoscimenti e dei titoli, resta il significato di una scelta, tornare ogni anno a Padula per pronunciare il nome di un uomo che più di cento anni fa comprese quanto fosse necessario conoscere il fenomeno criminale, attraversarne le reti e affrontarlo senza arretrare. Petrosino morì nel 1909. La sua storia, però, continua a essere utilizzata come una lente attraverso cui leggere il presente.

Ed è forse questa la vera forza del Premio, non consegnare soltanto una targa a chi ha già percorso una strada, ma ricordare, nel luogo in cui quella storia ebbe origine, che la lotta alle mafie non appartiene a una stagione conclusa. Cambiano i metodi, cambiano gli interessi, cambiano i territori e cambiano le forme del potere criminale. Resta la necessità di riconoscerlo, raccontarlo e contrastarlo. A Padula, questa mattina, la memoria di Joe Petrosino ha avuto ancora una volta una voce contemporanea.

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