Padula si trova al centro di una vicenda destinata a far discutere. Nei pressi del Convento di San Francesco potrebbe sorgere una nuova antenna 5G alta circa trentaquattro metri, quasi quanto un palazzo di dieci piani. Eppure, nella relazione tecnica depositata, il traliccio viene descritto come “snello”, “quasi invisibile”, mascherato da alberature e fabbricati circostanti. La richiesta, presentata lo scorso maggio da Inwit, il principale operatore italiano di torri di telecomunicazione, rientra nei bandi PNRR volti a ridurre il digital divide nelle aree periferiche. Sulla carta un progetto strategico, nei fatti una decisione che rischia di sollevare più domande che risposte.
Lo scorso 15 luglio il SUAP ha convocato la conferenza dei servizi decisoria, coinvolgendo Comune di Padula, Soprintendenza speciale per il PNRR, Arpac e Comunità Montana Vallo di Diano. Gli enti hanno sessanta giorni per pronunciarsi, con la possibilità di richiedere integrazioni documentali entro le prime due settimane. A fine settembre, dieci giorni prima della scadenza, è già prevista una riunione simultanea di tutte le amministrazioni per accelerare il rilascio delle autorizzazioni. Un cronoprogramma serrato che riduce al minimo qualsiasi margine di dibattito pubblico.

Eppure la questione non è affatto secondaria. Il terreno prescelto ricade in una zona sottoposta a vincolo paesaggistico e classificata a rischio frana dal Piano stralcio dell’Autorità di Bacino. In qualsiasi contesto prudente, questi elementi avrebbero imposto una valutazione approfondita o una diversa collocazione dell’impianto. Qui, invece, sembra prevalere la logica del “ce lo chiede l’Europa”, capace di scavalcare vincoli, fragilità e identità storiche.
Il paese si divide. Da un lato c’è chi vede nel 5G un’occasione irrinunciabile, il segnale che finalmente anche il Vallo di Diano può uscire dall’isolamento digitale. Dall’altro c’è chi grida allo scempio, ricordando che un traliccio di oltre trenta metri cambierà per sempre la prospettiva del convento e si innalzerà su un terreno già delicato dal punto di vista idrogeologico. In mezzo, un silenzio assordante delle istituzioni, che continuano a gestire la pratica dentro le stanze chiuse delle conferenze di servizio, senza un vero confronto pubblico con la cittadinanza.
Le responsabilità sono chiare. Inwit dovrà dimostrare che non esistono alternative meno invasive e che siano state previste misure di mitigazione serie. La Soprintendenza dovrà decidere se il paesaggio e la memoria storica valgono ancora qualcosa o se devono soccombere davanti a un traliccio. Comune e SUAP, infine, hanno il dovere di far rispettare i vincoli e di garantire che il rischio frana non venga trattato come un dettaglio tecnico.
Il conto alla rovescia è iniziato. Entro fine settembre sapremo se Padula dovrà convivere con una torre di trentaquattro metri a ridosso del convento. Ma al di là del sì o del no, resta un punto fermo: questa non è solo una vicenda di antenne e connessioni, è una cartina di tornasole sulla capacità delle istituzioni di scegliere tra progresso e tutela, tra sviluppo e identità. Se prevarrà la fretta, Padula rischierà di diventare l’ennesimo luogo sacrificato sull’altare della modernità imposta. Se invece ci sarà un sussulto di responsabilità, la comunità potrà dimostrare che futuro e paesaggio possono convivere.
La domanda che resta sospesa, intanto, è semplice e bruciante: Padula sta scegliendo il suo domani o sta accettando di farsi deturpare in nome di qualche barra in più sullo smartphone?














